Alexandra Garufi, tiktoker di 21 anni, è morta suicida dopo una lunga serie di insulti sulla sua transizione di genere.
Capelli proibiti: la lotta segreta delle donne in Afghanistan
Stampa articoloIn un paese strangolato dalla povertà e da leggi oppressive, i capelli umani sono diventati una moneta di scambio clandestina. A Kabul, in Afghanistan, donne come Fatima, 28 anni, raccolgono ciocche dai pavimenti dei saloni o dagli scarichi delle docce, vendendole per pochi dollari. È un atto di sopravvivenza, ma anche di sfida. Da quando i talebani hanno ripreso il potere nel 2021, le restrizioni sulle donne si sono moltiplicate, trasformando anche un gesto semplice come vendere i propri capelli in un’attività proibita e pericolosa.
Un divieto che spezza speranze: la legge dei talebani
Nel 2024, il Ministero per la Promozione della Virtù e la Prevenzione del Vizio (PVPV) ha imposto una norma draconiana: vietata la vendita di “qualsiasi parte del corpo umano”, capelli inclusi. “Dobbiamo rispettare l’aspetto che Dio ha dato agli esseri umani e preservarne la dignità”, ha dichiarato il portavoce Saiful Islam Khyber in un’intervista all’AFP. Una tonnellata di capelli è stata bruciata a gennaio nella provincia di Kabul, un gesto simbolico per “proteggere i valori islamici”. Ma dietro questa retorica si nasconde un’ulteriore stretta sulla libertà delle donne, già escluse da scuole, università, parchi e palestre. I saloni di bellezza, un tempo rifugi di socialità e lavoro, sono stati chiusi, lasciando migliaia di afghane senza reddito.
Il commercio dei capelli, prima “normalizzato” nel paese, è stato dichiarato illegale senza specificare le pene per chi trasgredisce. Eppure, per molte donne, quel piccolo guadagno – poco più di 3 dollari per 100 grammi – rappresenta una differenza vitale in un contesto dove l’85% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno, secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (UNDP).
Fatima: una vita appesa a un filo di capelli
Fatima, che per sicurezza non rivela il cognome, è una delle poche donne ancora impiegate privatamente a Kabul, con un salario mensile di 100 dollari. “Ho bisogno di questi soldi”, confida. “Posso comprarmi qualcosa o prendere cose per la casa”. Durante gli orari di preghiera, quando i funzionari talebani sono in moschea, si reca furtiva a un sito di rifiuti nella capitale per consegnare il suo raccolto. I compratori, spesso uomini che esportano capelli in Pakistan e Cina per la produzione di parrucche, bussavano un tempo alla sua porta. Ora, tutto avviene nell’ombra. In un Afghanistan tra i più poveri al mondo, il mercato nero dei capelli è un’ancora di salvezza per chi non ha alternative.
Saloni clandestini: il coraggio di Narges
In una stanza fredda e nascosta di Kabul, Narges, 43 anni, vedova e parrucchiera, continua a lavorare in segreto. Due sedie di pelle logora sono tutto ciò che resta del suo salone, che prima del 2021 accoglieva fino a sei clienti al giorno. Oggi, ne riceve solo quattro a settimana, spesso donne benestanti disposte a rischiare. “Sono le uniche che si preoccupano ancora della bellezza”, dice con amarezza. Alcune chiedono di portare via i capelli tagliati, preziosi come oro in un mercato sotterraneo. Per Narges, il lavoro è una questione di sopravvivenza, ma anche un atto di resistenza contro un regime che ha spento ogni speranza di indipendenza per le donne.
Wahida: la disperazione di una madre
Wahida, 33 anni, è un’altra voce di questa storia. Vedova di un soldato ucciso nel 2021, vive con tre figli e dipende quasi interamente dalla carità. Raccoglie i capelli caduti dalla testa della figlia di otto anni e dai suoi, conservandoli in un sacchetto di plastica. “Quelli con la radice valgono di più”, spiega. Prima del divieto, quel piccolo commercio le dava “un barlume di speranza”. Ora, devastata dalla perdita di quell’entrata, aspetta compratori che non arrivano. “So che ci sono posti dove vendere, ma ho paura di essere scoperta”, confessa, seduta nella sua casa spoglia. La paura di una punizione talebana la paralizza, ma la fame dei suoi figli la spinge a non arrendersi.
Un apartheid di genere: il contesto afghano
Le Nazioni Unite hanno definito la situazione delle donne sotto i talebani un “apartheid di genere“. Escluse dall’istruzione e dal lavoro, le afghane affrontano un sistema che le vuole invisibili. Il divieto di vendere capelli è solo l’ultimo tassello di una repressione che tocca ogni aspetto della vita quotidiana. Eppure, in questo scenario di oppressione, emergono storie di donne che, come Fatima, Narges e Wahida, trovano modi per resistere. Il commercio clandestino dei capelli non è solo un mezzo di sussistenza: è un simbolo di lotta contro un regime che cerca di cancellarle.